Demiro Pozzebon, la volta buona

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Pubblicato il 24 Settembre 2016 in Primo Piano

Demiro giocava in strada. Ad Acilia, frazione di Roma Capitale. Tutti i giorni, fino a quel provino indimenticabile con la squadra del suo quartiere. Aveva otto anni e in quel campetto c’erano solo bambini più grandi. Il primo tempo si chiude sul 5-0. Cinque, come i gol di Demiro. L’allenatore quasi non ci crede e cambia le formazioni, spostando il piccolo Pozzebon nella squadra in svantaggio. Cambia tutto: Demiro mette la firma su un’altra manita. Quella partita finirà 5-5. Timore reverenziale zero, altro che “trovare il coraggio per imitarli”. Lucio Battisti non rientra nei suoi gusti musicali. Addio alla strada, meglio i campi polverosi della periferia romana.

INDOMITO  Questione di carattere: tutto è connesso a questo aspetto. Tutto prima o poi è tornato. In forma di rimpianto o come oggetto di consapevolezza da cui ricominciare a ogni fischio d’inizio. Punto di debolezza e punto di forza, dipende dalla prospettiva dalla quale Demiro Pozzebon analizza se stesso: “Sono approdato tardi nel calcio professionistico perché mettevo sempre davanti me stesso e non badavo alle aspettative di chi avevo attorno. Faticavo a comprendere come relazionarmi con gli altri. Sapevo solo com’ero fatto e cosa volevo, tutto il resto era contorno. E mi interessava poco quello che trasmettevo all’esterno”.

MENTE SGOMBRA – Poi il cambio di rotta: l’amore che sboccia, la fiducia incondizionata di due allenatori, Giorico e Bigoni, la caterva di gol che hanno fatto godere per un biennio il Nespoli di Olbia. Quel carattere che torna a impattare nella sua vita, stavolta in una forma nuova. Costruttiva, funzionale. La vera marcia in più di Pozzebon, il segno distintivo che lo marchia in quei 100 metri di manto verde. Resta in Sardegna nonostante le offerte dai Pro. Perché lì sta bene ed è tutto ciò a cui bada in quel momento della sua vita. Poi il richiamo dell’ambizione. Così L’Avellino. La Lega Pro. Il Messina come approdo ultimo. “Quando sono arrivato qui, con Tosto e Bertotto ci siamo parlati parecchio. Mi avevano detto una cosa chiara: volevano fare grande il Messina, riportarlo in alto. Adesso loro sono partiti, ma io questa cosa l’ho fatta mia, l’ho assorbita totalmente. Nonostante gli alti e bassi di questo avvio, sono convinto che con il giusto entusiasmo questa squadra prima o poi farà quello che deve: andare in alto, appunto. Possiamo dare grandi soddisfazioni ai nostri tifosi, nonostante la percezione un po’ scettica del momento. Questa è una città da Serie A. Mi piacerebbe che questo fosse il concetto da cui ripartire ogni giorno. Mi riferisco alla squadra, ai tifosi e agli addetti ai lavori”.

MESSINA NEL SANGUE – Gli addii di Bertotto e Tosto non lo hanno lasciato indifferente. Scossone iniziale, l’idea di accodarsi e andare altrove. La riflessione. Il ripensamento. Il Messina che torna prorompente al centro dei suoi pensieri, a prescindere da tutto. “Marra e Bertotto sono tecnici completamente diversi. Vivono la partita in modo praticamente opposto: il primo sente la gara in modo viscerale, l’altro sa approcciarsi con distacco. Entrambi sono molto preparati, entrambi aperti al dialogo costante”. Ereditare la 9 di Tavares non era una banalità. Anche perché prima del portoghese quella è stata la maglia di Giorgio Corona. Pozzebon accetta la sfida con una certa indolenza: “Di Tavares e degli altri bomber giallorossi me ne hanno parlato subito. Qui c’è una certa attenzione per la punta centrale. Diogo non l’ho mai incrociato sul campo. Però so che siamo diversi, che abbiamo caratteristiche tecniche abbastanza distanti. So della sua capacità di attaccare gli spazi, mi hanno parlato dei suoi gol. La cosa mi ha stimolato, al punto che ai tifosi prometto che farò di tutto per superare il suo score. Voglio regalare loro questa gioia, lo meritano”.

MATTATORE – L’inizio è a tal punto promettente che si è tentati dal prendere per oro colato le sue parole: quattro gol in cinque partite di campionato. Impreziositi dalla perla trovata dal Franchi di Siena, nel 1° turno di Tim Cup. Sempre titolare, mai sostituito. Sportellate a tutto campo. Grinta. Corsa. Conclusioni a volte evitabili, forzature connesse a quel carattere fondamentalmente indomabile, da predatore autentico. L’idolo è Ibra, il modello è Mandzukic: “Non lo avevo mai seguito con attenzione. Poi una volta Bertotto mi fa: somigli a lui. Allora ho iniziato a osservare i suoi movimenti con attenzione, a studiare le sue scelte, il suo modo di stare in campo”. La sua convinzione va oltre, sfida gli esercizi di realismo: “Abbiamo perso meritatamente solo a Reggio, contro Juve Stabia e Foggia no. Nonostante il necessario cambio di modulo e i troppi deficit di formazione cui dover far fronte ogni volta. Noi in campo mettiamo anima e cuore e verremo ricompensati. Quando avremo l’opportunità di giocare in formazione tipo vedrete. Questa squadra può prendersi tante soddisfazioni. Non so quando, ma sogno di portare con i miei gol il Messina in Serie B”.

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