
Sospeso tra due abissi. Il Messina che cade a Monopoli vive la tremenda oscillazione tra lo sprofondo societario e quello sportivo. La proprietà si disgrega in un teatrino insopportabile e la squadra prova a reagire sul campo, ma Banchieri deve essere meno attendista e trovare la chiave per cambiare passo.
AMEN – Partiamo, come spesso accade, dal post gara. Perché il tecnico torinese si lascia andare alla confessione che la serenità non possa regnare sovrana all’interno del gruppo squadra. Normale, sarebbe stato strano il contrario. Fare finta di niente non è possibile, anche perché l’esperienza insegna come pantomime e rimandi servano solo ad allungare l’agonia. Solitamente, in casi del genere non c’è una svolta positiva. Almeno, non con gli stessi protagonisti. Insomma, il destino del Messina è legato a Pietro Sciotto e l’AAD Invest, ma non sarà vissuto con nessuno dei due. Due facce della stessa medaglia, due responsabili (non protagonisti) a cui non resta che l’ultimo sussulto di dignità: quello di levarsi di torno. Non ci sono più mezze misure o parole pesate, perché le due parti hanno tradito Messina e il Messina. Coi gesti, con le parole e coi silenzi. Il comportamento di AAD è in linea con quanto possibile quando di fronte si hanno profili spregiudicati. Un all-in senza paracadute, finito per diventare schianto al primo metro dato che il volo di Doudou Cissè non ha passato nemmeno la scadenza del 17 febbraio. Quella del 20 febbraio – prima rata da pagare a Sciotto – ci interessa meno, anzi proprio nulla. Perché la cifra concordata è sovrastimata e tante volte – anche attirandoci gli strali di qualche furbo – abbiamo ripetuto che questo Messina non avesse valore. E non per renderlo appetibile a chiunque – non che sia finito in mani ottimali con una iper valutazione – ma perché era chiaro che la gestione Sciotto avesse fallito nel tentativo di aumentare il valore patrimoniale del club. Niente di niente, se non qualche debito (neanche altissimi, vista la cifra e creditori come Stato e Sciotto stesso). Questi i gesti, le parole sono state di facciata e poco altro. Nemmeno facili promesse, almeno fino al buco del 17 febbraio. Stefano Alaimo, il presidente, si è nascosto dietro un malanno di stagione per poi tornare per raccontare di “compliance” e varie amenità. Ha risposto alla chiamata del sindaco Basile, ma poteva farne a meno. La credibilità di AAD non esiste più. Infine, c’è il silenzio: quello di Pietro Sciotto. Lo scriviamo in maniera chiara che da queste pagine non ci sarà alcun invito. Perché potrebbe suonare quasi come una preghiera, una supplica. No, Pietro Sciotto non deve riprendersi il Messina se non vuole. Non deve “salvare il Messina”, anche perché il carnefice è lui stesso. Sulle sue vicende personali non occorre aggiungere altro che un augurio, ma se fai l’imprenditore sai come gestire le tue aziende attraverso collaboratori e famiglia. Invece, da parte del gruppo Sciotto è arrivato solo il silenzio. Qualche soffiata filtrata, per raccontarci la barzelletta delle vie legali contro AAD. Contro chi? Per attaccare cosa? Per pignorare cosa? Da dove dovrebbero essere spremuti questi 2 milioni e mezzo di euro? Sciotto ha portato avanti la trattativa con AAD per 8 mesi, ha deciso di accelerare a Capodanno e ha scelto (probabilmente lecitamente dal suo punto di vista) di non pagare i contributi del 17 febbraio nonostante sia in società al 20%. Una presenza che ha un solo scopo, arcinoto. Quindi, non si può sperare che Sciotto si riprenda il Messina. Non si può mettere pressione a chi ha dimostrato di essere sprezzante nei confronti di qualsiasi critica, figuratevi se può cedere a una pressione mediatica o anche politica. Ma questo è un altro discorso. No, a Pietro Sciotto non chiediamo di esercitare la clausola per riprendere l’80% del Messina. Doveva accadere in automatico; se così non è stato significa che dietro c’è un preciso, infimo, ragionamento. La speranza è che lo faccia consegnando il futuro al sindaco o chi per esso, ma nessuna preghiera, richiesta o pressione. Faccia come gli pare e così sia. Amen.
La vita umana è come un pendolo che oscilla incessantemente tra dolore e noia, passando attraverso l’intervallo fugace, e per di più illusorio, del piacere e della gioia
Arthur Schopenhauer
L’EPISODIO – Il giorno dopo la partita, però, è necessario parlare della partita. Che strano, ma deve essere fatto. Perché il Messina non è finito, non è fallito, non è morto. Anzi, il destino del Messina passa anche dalla salvezza. Mantenere la Serie C sarebbe vitale per il futuro. Soprattutto, senza questi responsabili al comando. Il patto del gruppo squadra è reale e solido, ma metterlo in pratica è difficile. Perché il calendario è duro, gli avversari forti e i giallorossi non sono mica irresistibili. Squadra costruita molto bene da Domenico Roma, messa insieme con una precisa logica tecnica ed emotiva. Però, il tempo serve per tutto. Serve anche a Banchieri. L’allenatore giallorosso è partito molto bene, per poi perdere la retta via. Un solo gol in quattro partite e soli 2 punti conquistati. Inoltre, la sensazione è quella di una squadra che non trasmette senso di pericolo all’avversario. Anche a Monopoli, infatti, il Messina gioca una partita appoggiata sull’avversario. Dentro Vicario e Dell’Aquila per cantare e portare la croce, con Garofalo dirottato a sinistra per lavorare sia sull’interno che sulle uscite esterne. Dire che il piano riesca sarebbe scorretto, perché il Monopoli fa quello che gli pare e si ferma solo per propria incapacità. La squadra di Colombo non pare poter segnare mai, ma gioca perennemente nella metà campo del Messina. Ecco, e perché i giallorossi erano avanti? Perché il calcio sa essere episodico: bravissimo Buchel ad andare in verticale su De Sena, che lotta e ripulisce un pallone sporco – quello chiesto da settimane a Luciani -, poi Vicario e Dell’Aquila fanno il resto. Peccato, che sia l’unico squillo della loro partita. Non solo per colpa loro, perché il Messina gioca troppo in fase di prevenzione del pericolo e col vantaggio questo vizio si acuisce. La ripresa, poi, è un vero disastro.
IMPASSE – All’intervallo Colombo decide di stravolgere la sua squadra. Tre cambi per modificare anche il modulo, ma soprattutto riempire l’area. Nel primo tempo, infatti, il Monopoli voleva avvolgere e inserirsi da dietro per sommarsi a Grandolfo, con Bruschi che svariava troppo restando periferico all’area. Si cambia, con un 4-2-4 (perché Jacopo Pellegrini è una punta) che mantiene l’ampiezza ma può sfruttare le catene laterali e in area c’è più peso specifico con due punte più stanziali e Bruschi che dalla sinistra deve tagliare dentro il campo. Una squadra più aggressiva che andava contenuta in maniera diversa, ma come contro il Trapani basta una modifica. Che poi è la stessa, cioè aumentare i calciatori sull’esterno e approfittare del modulo del Messina che prevede solo i terzini sulle fasce. Vicario e Dell’Aquila ci mettono mezza giornata a capire che in mezzo non c’è più nulla da pressare e che devono allargarsi. Banchieri (voto 5) li muove lentamente, e poi non cambia. Il Monopoli pareggia subito, prende fiducia e campo. Il Messina è inerte, non basta una palla inattiva per essere vivi. Banchieri aspetta, spera che possa accadere qualcosa. Ma è impossibile. Perché la squadra si è abbassata, De Sena gioca sulla linea di centrocampo e non ha le caratteristiche per tenere il pallone in alto. Costantino e Luciani potevano entrare prima? Sì, almeno uno dei due; ma soprattutto andava messa nuova energia in mezzo al campo e coperta meglio l’ampiezza. Si resta in balia, finiscono le forze e il risultato è scontato. Il Monopoli raddoppia. Banchieri fa quattro cambi in una volta e mostra cosa sia la disperazione. Purtroppo, non si può incidere in quarto d’ora. Ancora una palla inattiva con Gelli che rende protagonista Vitale. Portiere che decide, ma a volte c’è troppa retorica su questo ruolo; come se non fosse uno dei giocatori in campo o come se parare fosse un bonus. Il Monopoli è la miglior difesa del campionato, ha subito solo 19 reti e quindi Vitale è semplicemente forte. Dall’altra parte, il suo collega Meli sbaglia sulla palla del pari, ma condannarlo a che serve? Gioca perché Krapikas ha commesso una doppia oscenità evitabile contro il Trapani (e dovrà giocare anche contro Avellino e Cavese), poi sulla rete di Pellegrini è anche ingannato da Dumbravanu che devia di faccia. Poteva andargli meglio e poteva fare di più. Insomma, una brutta serie di cose fatte male scrivono una brutta ripresa del Messina. Cambiare passo deve diventare un obbligo, perché la penalizzazione sta per arrivare e non pare essere leggera. Vedremo. Comunque, si dilaterà il distacco dalla Casertana – che comunque gioca stasera a Cava – e poi occorrerà fare i conti in caso di esclusione doppia di Taranto e Turris. Come detto nel pre-gara, quindi, l’obiettivo unico del Messina è quello di restare attaccato al distacco per giocare i playout. Per farlo serve fare punti, e tanti. Per ottenerli serve di più dal punto di vista tecnico e tattico. Invece, dal punto di vista emotivo, etico e professionale questa squadra vale e merita qualcosa di più di una salvezza o dell’alta classifica: il rispetto da parte di tutti.
Meli 5
La deviazione di Dumbravanu lo inganna, ma il suo errore è troppo evidente per non pesare. Palesa la tipica insicurezza di chi non gioca da un po’.
Gyamfi 5
Primo tempo difficile perché il Monopoli arriva sempre con due giocatori dalla sua parte, nella ripresa completa la giornata storta non contenendo Grandolfo che raddoppia.
Gelli 6
Fa il suo senza grosse sbavature, fisicamente è dominante. Sfiora anche il gol.
Dumbravanu 5,5
Qualche errorino di troppo sia nel primo tempo che nella ripresa. In occasione della rete del pari è sfortunato nella deviazione, ma concede un colpo di testa troppo semplice a Pellegrini.
Haveri 5,5
In fase di spinta non pare avere ancora la gamba per appoggiare, in quella difensiva non è sempre perfetto. (dal 36′ s.t. Pedicillo s.v.)
Crimi 5,5
Meno bene delle precedenti uscite, anche se è sempre il primo a portare il pressing e battagliare. Nell’azione del pari contiene a fatica Falzerano.
Buchel 6,5
Illumina quando innesca la rete del vantaggio, poi gestisce il pallone sempre con lucidità. Cala alla distanza, va gestito diversamente.
Garofalo 5,5
Sprecato in tatticismi esasperati, non incide mai davvero. (dal 30′ s.t. Tordini s.v.)
Vicario 6
In realtà, non gioca una gran partita. Anche lui confuso dai troppi compiti di copertura che gli fanno perdere distanze e possibilità di pesare in zona offensiva. Però, firma un bel assist. (dal 30′ s.t. Petrucci s.v.)
Dell’Aquila 6,5
Anche lui non tira fuori una prestazione completa, ma il suo è un gran gol per tecnica pura. Spreca tante energie per contenere il possesso avversario. (dal 30′ s.t. Luciani s.v.)
De Sena 6
Buon primo tempo dove costruisce parte dell’azione del vantaggio e prova a sorprendere gli avversari giocando sul filo. Nella ripresa cala fisicamente, ma soprattutto soffre una squadra troppo bassa. (dal 30′ s.t. Costantino s.v.)
MONOPOLI Vitale 7; Angileri 6,5, Miceli 6,5, Bizzotto 5,5 (dal 1′ s.t. Pellegrini 7); Viteritti 6, Falzerano 6,5, Battocchio 5,5 (dal 36′ s.t. Greco s.v.), Scipioni 5 (dal 1′ s.t. De Risio 5,5), Pace 5 (dal 1′ s.t. Contessa 5,5); Grandolfo 6,5, Bruschi 6,5 (dal 43′ s.t. Miranda s.v.). All. Colombo 6,5
*foto copertina: SS Monopoli 1966 – Facebook ufficiale